Rileggendo il saggio di Pietro Secchia, “L’arte dell’organizzazione” (1945) e il libro “Ricostruire il partito comunista” (2011), alla luce del dibattito presente

di Fausto Sorini

Riceviamo dal compagno Fausto Sorini e volentieri pubblichiamo come utile contributo all'analisi della storia dei comunisti in Italia e alla discussione sulle loro prospettive.
Ci auguriamo che a questo articolo ne seguano altri, contenenti analisi che, sebbene non coincidenti fra loro ma nell'ambito di un confronto costruttivo e di rispetto reciproco, consentano di approfondire aspetti relativi alla fase complessa e di difficoltà che sta attraversando il movimento comunista nel nostro paese.

Credo sia utile - nel presente dibattito sulla esigenza di ricostruzione in Italia di un PC all’altezza dei tempi - una rilettura critica e attualizzata del famoso saggio di Pietro Secchia, “L’arte dell’organizzazione”, che Rinascita pubblicò nel dicembre del 1945. Esso rappresentò negli anni e nei decenni successivi, e ancora rappresenta, una pietra miliare nella formazione di intere generazioni di quadri comunisti, cioè leninisti. E ciò resta vero, nonostante le numerose e variamente motivabili rimozioni subite negli ultimi 62 anni dalla figura e dall’opera del fondatore dell’organizzazione della Resistenza italiana, della lotta politica e militare della Liberazione e della nascita del “partito nuovo” dopo gli anni della clandestinità. E ciò diversamente dal ruolo che una certa storiografia ha riservato a figure importanti, e tra loro diverse, come Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer, Amendola, Ingrao, Napolitano…

Il tema venne in qualche modo ripreso dal libro edito nel maggio del 2011 da Marx XXI (“Ricostruire il partito comunista”), firmato da Oliviero Diliberto, Vladimiro Giacchè, Fausto Sorini, e che fu redatto con il contributo fondamentale di Andrea Catone e Manlio Dinucci: cinque figure, diverse tra loro per formazione e cultura politica, che oggi non casualmente si collocano fuori dal processo congressuale che alla fine di giugno del 2016 darà vita al Pdci 2.0, al di là del nome più o meno plausibile con cui quell’assemblea deciderà di nominare quel soggetto politico.

Consentitemi, da quel libro (che uscì nel maggio 2011, non il secolo scorso, e che accompagnò negli stessi mesi la confluenza dell’area dell’Ernesto nel Pdci 1.0), alcune brevi citazioni, su cui anche recentemente ho avuto modo di richiamare l’attenzione di alcune compagne e compagni un po’ distratti o immemori:

Partito di quadri e di militanti, con una influenza di massa:

“Tre ipotesi presenti nella discussione

Qual è il progetto di ricostruzione di un partito comunista in Italia che sottoponiamo alla discussione? Si tratta – lo diciamo senza mezzi termini - di un processo assai arduo e complesso, di medio-lungo periodo, di cui dobbiamo saper individuare fasi e tappe intermedie.

Emergono tre ipotesi degne di nota nella discussione tra i comunisti in Italia (escludiamo a priori ipotesi gruppuscolari, ultraminoritarie e puramente testimoniali).

Una rifondazione della rifondazione?

Una prima ipotesi è quella che potrebbe essere definita come la rifondazione della rifondazione: ovvero, si ricomincia da capo, senza fare tesoro della lezione della storia del PCI e dei vent’anni della storia di Rifondazione e del PdCI, e si rimette insieme una Rifondazione non meno eclettica di quella che vi è stata in passato, in un assemblaggio indistinto di correnti politiche e ideologiche…

Ricostruire il PCI?

Una seconda ipotesi è quella di chi ritiene, illusoriamente, che sia possibile, in tempi politici, ricostruire una sorta di nuovo PCI, un po’ più piccolo di esso, ma capace di organizzare nelle sue strutture grandi masse, capace di raccogliere milioni di voti su una sua lista di partito, come se il richiamo all’identità e alla simbologia comunista fosse sufficiente, nell’Italia di oggi, a determinare larghi consensi.

In tale ipotesi, manca la consapevolezza che nel contesto italiano (e non solo) tale scenario è chiuso per una lunga fase: perché la crisi è andata così a fondo e il contesto storico-politico e sociale è così cambiato, che pensare che sia oggi possibile in Italia ricostruire un partito comunista “di massa” sul modello del PCI, è fuori dalla realtà…

Prima di tutto ricostruire un'avanguardia

Il problema dunque, nei paesi capitalistici più avanzati, dove più diffuso è anche il fenomeno delle aristocrazie salariate e la percezione diffusa – nonostante la crisi – di vivere comunque nella parte più ricca e privilegiata del mondo, è come e con chi si ricostruisce un nucleo sociale e di classe che possa rappresentare la base sociale di una forza politica rivoluzionaria e di avanguardia come il partito comunista. Una forza che sia necessariamente portatrice di una visione internazionale dello sviluppo della produzione, della lotta di classe e delle ragioni del socialismo. Il che richiede un livello di coscienza soggettiva assai superiore a quello che in altre fasi storiche conduceva i proletari ad aderire quasi spontaneamente ai partiti portatori di una prospettiva socialista.

Un partito di quadri e di militanti con influenza di massa

Una terza ipotesi, a nostro avviso l’unica possibile, è quella della ricostruzione - in questa fase - di un partito di quadri e di militanti,

più simile a quella che fu l'esperienza originaria del PCdI gramsciano che non al “partito nuovo” togliattiano del secondo dopoguerra (se ci si consente la semplificazione), di cui mancano oggi, purtroppo, le condizioni minime.

Un partito che si ponga l'obbiettivo di una influenza di massa (non un gruppuscolo testimoniale e minoritario nella sua logica politica e nel suo stile di lavoro). Un partito, dunque, che pur essendo relativamente piccolo in termini di iscritti e di voti, sappia organizzare una presenza efficace dei suoi quadri e militanti nella società, nel sindacato, nei più diversi organismi e associazioni di massa; e quindi sia capace, in questo senso, di esercitarvi una influenza di massa (dato che non vi è un rapporto meccanico tra il numero degli iscritti e l’influenza)”.

Lo stesso approccio fu ripreso nelle ultime tesi congressuali del Pdci 1.0 (luglio 2013):

“Il congresso di Rimini (ottobre 2011) ha già affrontato alcune questioni di fondo sui caratteri del partito di quadri e di militanti oggi possibile e necessario…un partito di militanti in cui ogni iscritto sia un attivista con responsabilità e compiti precisi ed ogni militante svolga una funzione dirigente, operando politicamente nel proprio luogo di studio o di lavoro, nel proprio territorio, nel proprio ambito di competenza”.

Questa è oggi l’unica via realistica anche per costruire un radicamento sociale di massa. La mera nozione di “partito di massa” o “di popolo”, come fu il grande Pci nel secondo dopoguerra, è fuori dalla realtà (per non parlare della famosa asserzione di Cesare Procaccini, all’epoca ancora segretario quando disse in pubblico, alla prima presentazione nazionale della Costituente (integralmente divulgata in video),  che “se qualcuno dicesse che oggi possiamo ricostruire il PCI bisognerebbe chiamare l’ambulanza..!”). Ma la formulazione in vigore dal 2011 - “partito di quadri e di militanti” - scompare dalle tesi congressuali del Pdci 2.0 (giugno 2016).

Alle origini della mutazione genetica molecolare del PCI

Nel libro citato si affrontava con la dovuta problematicità, ma senza rimozioni, anche il tema assai complesso del rapporto con l’esperienza storica del PCI e delle cause più profonde della mutazione genetica molecolare (l’espressione fu coniata da Armando Cossutta nei primi anni ’80) che poi, nel tempo, condusse alla Bolognina.

Riprendo qui, da quel libro, un’altra citazione:

“Riprendere la riflessione sulla storia del PCI

Nell'analisi delle cause più profonde di questa esperienza ventennale è necessario riprendere la riflessione sulla storia medesima del PCI, sulle ragioni della sua autodissoluzione:  perché lì si trova l’origine del male irrisolto che ha poi corroso anche l’esperienza di Rifondazione e che condiziona anche la crisi attuale. E non avere, nei vent’anni dell’esperienza di Rifondazione, fatto i conti con le cause più profonde dell'esito conclusivo dell’esperienza storica del PCI, con le ragioni di fondo della sua mutazione genetica, resta una delle cause primarie della crisi e dei processi degenerativi che hanno investito e investono drammaticamente il comunismo italiano.

Molte di queste questioni sono destinate a rimanere oggetto di una riflessione aperta  per molto tempo, e questo è normale. Il male è non discuterne, non affrontarle nemmeno. Questo è uno dei fattori importanti che hanno corroso la cultura politica del comunismo italiano nella sua fase conclusiva.

La via italiana al socialismo

Un primo nodo di riflessione storica riguarda l'8° congresso del PCI (1956), quello della via italiana al socialismo. Questo congresso rappresenta - ciò è da tutti riconosciuto - un grande passo avanti nell’elaborazione del PCI, un congresso di grande innovazione qualitativa: e se Gramsci era stato il protagonista della svolta del Congresso di Lione (1926), qui è Togliatti il protagonista della linea del partito nuovo. Il congresso è però preceduto anche dalla rottura del nucleo dirigente storico del PCI che aveva fatto la Resistenza, imperniato sulla triade Togliatti, Longo, Secchia, con l’emarginazione di quest'ultimo e di una parte importante di quadri che erano stati l'ossatura della guerra partigiana. Mentre avanza una nuova leva che sarà poi alla testa del PCI dopo la morte di Togliatti (Ingrao, Amendola, Napolitano, Berlinguer). Su questo passaggio sussistono interpretazioni diverse: tra chi lo considera una necessaria, anche se dolorosa, rottura con posizioni settarie e conservatrici, inadeguate a fronteggiare una fase nuova di sviluppo della società italiana e del contesto internazionale; e chi viceversa lo ritiene uno sbilanciamento dell'equilibrio interno che, nel tempo, farà venir meno l'esistenza di robusti anticorpi al processo di socialdemocratizzazione del PCI. (1)

Sezioni territoriali e cellule nei luoghi di lavoro

E' negli anni '50 che il PCI raggiunge l'apice del suo radicamento capillare e organizzato, come partito della classe operaia, con la ramificazione in oltre 50.000 cellule nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. Mentre negli anni e nei decenni successivi, da partito in cui la grande maggioranza degli iscritti è organizzata in cellule di lavoro, via via si passa a un partito dove le cellule diminuiscono grandemente di numero e di ruolo, e il partito si organizza sempre di più in sezioni territoriali più grandi, con molti iscritti, secondo un modello più simile a quello dei grandi partiti socialdemocratici, in cui la competizione elettorale e i ruoli istituzionali assumono un ruolo sempre più centrale. Tutte cose importanti e preziose, ma che sono altra cosa dall’idea gramsciana e leninista del partito comunista e rivoluzionario, che prima di tutto si organizza, anche con piccoli nuclei di quadri, nei luoghi di lavoro, dove c’è il conflitto di classe. E che lì si prepara a diventare un domani classe dirigente (ecco il senso dell’esperienza dell’Ordine Nuovo di Gramsci): dirigente anche della fabbrica, della produzione, in un processo di costruzione del socialismo.

In questa trasformazione, che in parte modifica le forme del suo radicamento sociale, il PCI imbocca una nuova strada. E questa dinamica lo differenzia sempre di più dall’esperienza di altri partiti comunisti dell’Europa occidentale, come ad esempio il partito comunista portoghese, il partito comunista greco e, fino a una certa fase, anche il partito comunista francese. Anche sugli effetti di lungo periodo di questa differenziazione permangono interpretazioni diverse: tra chi ritiene che l'esperienza del PCI negli anni '60-'70, che lo porterà a diventare il più grande PC del mondo capitalistico in termini di voti e di iscritti, lo differenzi in positivo rispetto all'esperienza di altri PC dell'Europa occidentale; e chi invece ritiene che già in quegli anni si manifestino tendenze e pulsioni che, nel tempo, ne mineranno al suo interno la natura di partito rivoluzionario e di classe.

Partito laico o ideologico?

Un altro fattore che, secondo alcuni sicuramente contribuisce alla mutazione del PCI, è l'idea di partito “laico” e non “ideologico”, in cui si attenua il ruolo di una teoria rivoluzionaria, e quindi del dibattito e del confronto sul terreno teorico, e della conseguente formazione dei quadri… Questa rottura con l’ideologia (non nel senso di falsa coscienza, ma di teoria generale e concezione complessiva del mondo: entrambi i significati sono presenti in Marx, mentre Lenin e Gramsci pongono l'accento, in positivo, sul secondo), questa rottura con l’idea che un partito deve avere delle fondamenta teoriche solide, sia pure nell’ambito di un confronto e di una dialettica, questa idea che l’unità ideologica del partito non è un bene o un valore da perseguire, si rivela, secondo alcuni, componente essenziale del processo di snaturamento e mutazione dei partiti comunisti che ne assumono i presupposti. Mentre secondo altri la scelta del partito laico, a cui si aderisce essenzialmente sulla base di un programma, va rivendicata come attuale e pertinente. E la riflessione ed elaborazione teorica va ricondotta essenzialmente al ruolo degli intellettuali marxisti, dentro e fuori il partito, non alla funzione del partito come tale.

Crisi e auto-dissoluzione del PCI: tenere aperta la riflessione storica

La segreteria di Berlinguer

Dal 1969 al 1984 la direzione del PCI è segnata dalla segreteria di Berlinguer. Permangono, sulle dinamiche di questa fase, interpretazioni diverse tra i comunisti, ed anche questo va assunto come un tema di ricostruzione storica da tenere aperto, senza rimuoverlo.

Si tratta di un dibattito, quello sulla figura e sul ruolo di Berlinguer, che è destinato a rimanere aperto per molto tempo, anche tra i comunisti; e su cui è bene che continuino a confrontarsi con franchezza punti di vista tra loro anche assai diversi.

Sono gli anni che portano il PCI, alla metà degli anni ’70, al 35%, a sfiorare il consenso elettorale della Democrazia cristiana. Ma il dato elettorale non è tutto, perché è proprio all'indomani di questi grandi successi elettorali che si determina, soprattutto dopo la morte di Berlinguer, una accelerazione della mutazione interna che approderà poi alla Bolognina.

È significativo che personalità al di sopra di ogni sospetto di filo-comunismo, già allora, dimostrino di averne consapevolezza. C’è una dichiarazione di Ronald Reagan, dimenticata e apparsa all'epoca ai più quasi incomprensibile, che dice: tra i partiti comunisti dell’Europa occidentale, il PCI  è il più “debole”. E Aldo Moro - che pure pagherà a caro prezzo il suo tentativo di coinvolgere in qualche modo il PCI nella direzione politica del Paese - all’indomani dei grandi successi elettorali del PCI del ’75 e del ’76, dice (certo non pubblicamente, ma in conversazioni private): questi successi possono anche rappresentare l’inizio della fine del PCI come partito comunista, perché favoriscono all’interno del PCI un peso crescente delle classi medie, e ciò determina  una contraddizione da cui il PCI potrebbe non riuscire più ad uscire: perché se vuole fare marcia indietro, nel senso di recuperare una prospettiva anti-sistemica, dilapiderà gran parte del successo elettorale che ha ottenuto. E se vuole conservare tale consenso e andare avanti, sarà costretto ad accentuare gli elementi di mutazione in senso socialdemocratico, creando così contraddizioni di natura diversa con i settori sociali e politici del partito più rivoluzionari e classisti.

Compromesso storico e unità nazionale

Vi è chi ritiene che in questi anni, soprattutto nella seconda fase della segreteria di Berlinguer, si determini un’accelerazione della mutazione genetica del partito. E che essa sarebbe stata favorita dalla politica di unità nazionale, che peraltro non è l’equivalente del compromesso storico. Perché una cosa è l’idea del compromesso storico, esposta dopo il golpe fascista in Cile, dove Berlinguer dice che per far fronte alla reazione, quando i comunisti avanzano, ci vuole una politica di alleanze larghe, che isoli le forze più reazionarie e fasciste. E questa è, in sé, una riflessione di tipo leninista. Altro è la politica di unità nazionale, che è la traduzione di questa strategia in una tattica che in realtà porta a un’integrazione con le compatibilità di sistema che il PCI pagherà a durissimo prezzo, soprattutto con quella politica economica dei sacrifici nei confronti dei lavoratori dalla quale il PCI uscirà con una netta flessione di consenso che non sarà più recuperata.

Altri invece pongono l'accento sul fatto che, negli ultimi anni della sua segreteria, dopo la crisi della politica di unità nazionale, Berlinguer avrebbe corretto le fondamenta strategiche di quella linea, recuperando in larga misura una collocazione anti-sistemica del partito. E che dopo la sua morte quella correzione sarebbe stata via via abbandonata. Anche qui c’è materia su cui riflettere.

Eurocomunismo e socialdemocrazia

Altra questione che rimane oggetto di differenti interpretazioni è quella del rapporto con l'Unione Europea e con la socialdemocrazia.

Berlinguer spinge avanti l’integrazione del PCI nell’Unione Europea, che fino a quel momento era contestata come componente organica del blocco imperialista; e con l’eurocomunismo si determina una crescente integrazione nella sinistra europea socialdemocratica. Si tratta di una presa d'atto della realtà (l'Unione europea come terreno ineludibile di confronto e di lotta) e di una tattica volta a stabilire con le socialdemocrazie più avanzate una convergenza sul terreno della pace e delle politiche sociali, oppure - come evidentemente avverrà dopo la morte di Berlinguer - di una più organica integrazione ideologica e strategica con la socialdemocrazia europea?

L'ombrello della NATO

Alla vigilia delle elezioni del ’76 è clamorosa l’intervista a Giampaolo Pansa sul Corriere della Sera, dove Berlinguer dice: non poniamo più in discussione la questione della NATO perché non vogliamo rompere l’equilibrio tra i blocchi, perché la rottura dell’equilibrio compromette il processo di distensione. Ma, ben più pesante di questo, Berlinguer dirà: io mi sento più tranquillo da questa parte. Cioè, l’ombrello della NATO, rispetto a quello del Patto di Varsavia, mi dà un margine di manovra maggiore per poter praticare una mia esperienza originale di transizione al socialismo. Enormi sono le implicazioni di un giudizio di questa natura. E non perché ci sfugga la consapevolezza che il Patto di Varsavia determinasse una forte limitazione della sovranità dei Paesi dell’Est e dei rispettivi partiti comunisti; ma da qui a trarre la conclusione che sotto l'ombrello della NATO vi fossero condizioni più favorevoli per la costruzione di una via originale verso il socialismo, il passo è lungo...

Sta di fatto che, dopo l'assassinio di Aldo Moro (riconducibile alla sua linea di dialogo col PCI) e dopo la morte di Berlinguer, il PCI – che pure si era opposto con forza all'installazione degli euromissili (si pensi al ruolo e alla vicenda di Pio Latorre) e aveva assunto una posizione ferma sulla crisi di Sigonella – attenuerà via via il suo antagonismo nei confronti dell'appartenenza dell'Italia alla NATO e della stessa presenza di basi militari statunitensi sul territorio italiano, dotate di armi nucleari e di uno status di extra-territorialità, esterne allo stesso sistema NATO, quindi senza alcun tipo di coinvolgimento – per quanto fragile e formale – da parte delle istituzioni italiane.

L'esaurimento della spinta propulsiva

Vi è poi lo strappo dall’Unione sovietica, dal movimento comunista internazionale, che porterà Berlinguer alla famosa formulazione sull’esaurimento della spinta propulsiva.

Vi sono diverse formulazioni di questa storica frase di Berlinguer, ognuna delle quali ha un significato diverso. Ma la più impegnativa (e forse anche la meno ricordata) è quella in cui  Berlinguer sostiene che siamo entrati in una terza fase dello sviluppo del movimento operaio rivoluzionario mondiale: dove la seconda fase era quella imperniata sul campo socialista e sull’Unione sovietica, mentre questa terza fase vedrà come soggetto rivoluzionario fondamentale e trainante (“epicentro” del processo rivoluzionario mondiale) il movimento operaio dell’Europa occidentale.

Gli eventi degli anni successivi alla morte di Berlinguer, mentre confermeranno la crisi del sistema sovietico, si incaricheranno di smentire in modo evidente la seconda parte di tale assunto.

Ripresa di una linea di lotta

Per quanto differenziata e controversa, anche tra i comunisti, rimanga l'analisi sulla segreteria di Enrico Berlinguer, va ricordato comunque che egli avrà il coraggio, contrastando la destra interna, di rompere con la politica di unità nazionale quando vedrà che quella linea sta producendo un crescente malcontento negli strati operai e popolari, e di determinare un ritorno a una linea di lotta e di opposizione che ha come momenti emblematici il sostegno alla lotta dei lavoratori della Fiat (“se voi occupate la Fiat il PCI vi sosterrà”), la scelta del  referendum contro il taglio del punto della scala mobile voluto da Craxi (dove Berlinguer contrasta apertamente le posizioni di Luciano Lama e di tutta la destra “migliorista”); il coraggio e la determinazione di reagire al craxismo, come punta avanzata di un anticomunismo di tipo nuovo, che nasce nell’ambito del partito socialista italiano. Tanto è vero che un giornale come la Repubblica, sorto alla metà degli anni ’70 proprio per incoraggiare la socialdemocratizzazione del PCI, condurrà in quegli anni una polemica contro questo Berlinguer che torna alla lotta, accusandolo di operare una “francesizzazione” del PCI, una “regressione” politico-ideologica del PCI verso le posizioni del PCF di Georges Marchais, additato allora da Eugenio Scalfari come simbolo negativo di una “ortodossia” da cui prendere nettamente le distanze.

La “questione morale”

Uno degli aspetti più significativi della segreteria di Berlinguer è rappresentato dall’intuizione della “questione morale” come grande questione politica.

A cavallo tra il 1979 e l’ ’81, Berlinguer intuì, soprattutto a seguito del fallimento della politica di unità nazionale con la Dc, che l’intreccio tra politica, economia, istituzioni e – spesso – malaffare avrebbe rappresentato uno dei fattori più potenti e negativi della società italiana e avrebbe travolto tutto il sistema politico, anche a sinistra.

Il ragionamento era semplice e profetico. Se non si fosse spezzato il vincolo perverso della “immoralità” diffusa nella politica (non necessariamente fatti penalmente rilevanti, anche semplici intrusioni dei partiti nell’economia e, quindi, nella vita dei cittadini), ciò avrebbe screditato i partiti – tutti i partiti, anche quelli non responsabili, o certo molto meno responsabili, tra i quali il Pci – agli occhi dell’opinione pubblica, il che avrebbe a sua volta minato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni tout court. Ma la sfiducia nella Repubblica in quanto tale e nel sistema dei partiti di massa che allora la reggeva avrebbe portato ad un crollo di credibilità – a livello di massa – verso lo Stato. In definitiva, scriveva Berlinguer, sarebbe rimasta in Italia una sola autorità morale: la Chiesa cattolica.

Quando Berlinguer ragionava così, eravamo ben lontani da “tangentopoli” e dall’esplosione dei partiti di massa a cavallo tra 1991 e 1994. Ma già si avvertivano scandali e scricchiolii del sistema. Il segretario del Pci aveva la vista lunga. Ma anche questa sua giusta visione prospettica fu mal interpretata nel partito, che la virò, in alcuni casi, in giustizialismo fine a se stesso o la derubricò, negativamente, a una torsione moralistica, priva di spessore politico.

Viceversa, il tema della questione morale, del modo in cui si amministra la cosa pubblica, della finalità stessa per cui si opera nella lotta politica, è tema squisitamente di classe ed esso va dunque ripreso e riaggiornato, oggi più che mai, nello sfascio morale del Paese, nella costruzione di una soggettività che si definisce comunista.

La discussione degli ultimi anni

Negli ultimi anni della segreteria di Berlinguer la direzione del PCI è sempre più divisa sulle prospettive. E la discussione vera, non quella che viene enunciata pubblicamente, ha poco a che vedere con la crisi sovietica.

La destra interna, quella che prenderà il sopravvento dopo la morte di Berlinguer, dice: qui è ora di finirla, bisogna fare un bilancio. Dopo oltre mezzo secolo che il nostro partito è sorto non solo non abbiamo preso il potere, ma non siamo riusciti nemmeno ad andare stabilmente al governo. Abbiamo provato con Moro, e siamo stati ricacciati indietro: finché esisteranno i blocchi e l'attuale equilibrio tra le due maggiori potenze, finché l’Europa sarà divisa in due, non c'è niente da fare se non operiamo una scelta di campo occidentale. Un partito non può stare cinquant’anni all’opposizione, e per aprirci una strada verso il governo del Paese, insieme ai socialisti, insieme a un settore della Democrazia cristiana, dobbiamo cambiare noi, dobbiamo cambiare pelle, dobbiamo rompere con la nostra identità comunista, anticapitalista, dobbiamo operare una scelta di campo. E come hanno fatto le socialdemocrazie, dobbiamo collocarci come componente di sinistra all’interno dello schieramento borghese e atlantico. Dobbiamo farlo in modo da portarci dietro il grosso della nostra gente, della nostra base, perché se poniamo le cose apertamente, in questo modo, non ci seguiranno. Dobbiamo trovare il modo.

Questo sarà il problema che poi “risolverà” Occhetto, cogliendo al volo l'emozione e lo smarrimento che si determina a livello popolare per il crollo del Muro di Berlino: approfitterà di quel momento, di quella situazione eccezionale per realizzare qualcosa che è già in gestazione in una parte della direzione del PCI, ancora vivo Berlinguer, e che Berlinguer contrastava. È noto che in una direzione del PCI Berlinguer dirà più o meno testualmente: io ho capito molto bene che c’è qui una parte di voi che vuole trasformare il PCI in un partito socialdemocratico; sappiate che io a questa cosa non ci sto e io non sarò mai il segretario di un tale partito. Se voi volete fare una cosa del genere, la farete senza di me e contro di me…

La Bolognina

Un metro di ghiaccio non si forma in una sola notte di gelo

Con la segreteria di Occhetto la mutazione giunge a compimento. Quello che manca è il pretesto, l’occasione, in un partito in cui c’è un forte senso dell’identità da parte di iscritti e militanti (magari anche solo a livello simbolico: il nome… il simbolo…) per giustificare una svolta drastica. E il pretesto sarà la caduta del Muro di Berlino.

Ma “un metro di ghiaccio non si forma in una sola notte di gelo”. E il problema di una riflessione approfondita sulla mutazione genetica molecolare del PCI, fino a Occhetto, è quello di comprendere quali possano essere stati, nel tempo, i diversi elementi che in vario modo possono avere contribuito a tale mutazione, che infine approda nell’autoscioglimento.

Diverse interpretazioni

Molte sono, e diverse, le interpretazioni e le sottolineature a tale proposito: vi è chi pone l’accento sulla emarginazione della vecchia guardia partigiana, quella più legata ad una concezione leninista e rivoluzionaria del partito e il venir meno quantomeno del suo ruolo di contrappeso alle tendenze più apertamente riformiste; chi invece sottolinea il ruolo svolto da una  nuova leva di quadri venuta alla ribalta dopo la morte di Togliatti; chi evidenzia la politica dei quadri della nuova generazione promossi a ruoli dirigenti negli anni Settanta e che hanno poi prevalso dopo la morte di Berlinguer; chi la de-ideologizzazione del partito e del processo formativo dei quadri (la cosiddetta laicità); chi l’allontanamento e poi la rottura con il movimento comunista internazionale; chi la crescente integrazione nella sinistra europea socialdemocratica; chi il mutamento nella composizione di classe degli organismi dirigenti e degli apparati.

Già nel 1980 i quadri di origine proletaria, operai e salariati agricoli, che rappresentano il 45,6% degli iscritti, sono solo il 17,5% dei membri dei comitati regionali, e ancor meno se si considerano il Comitato centrale e i gruppi parlamentari. Mentre la piccola e media borghesia, artigiani, piccoli imprenditori, intellettuali di origine non proletaria, liberi professionisti, commercianti, coltivatori diretti e mezzadri, che rappresentano il 24,9% degli iscritti al partito, sono il 78,7% nei comitati regionali.

De-ideologizzazione e de-proletarizzazione

La combinazione de-ideologizzazione / de-proletarizzazione è devastante, ma essa si forma e si consolida nel corso di decenni, non è un processo contingente, di breve periodo. E dopo il 1975, anche in conseguenza del successo nelle elezioni amministrative, c’è un drastico trasferimento di quadri – i migliori, i più preparati, i più capaci – negli enti locali, per far fronte all’amministrazione delle città, delle province; uno svuotamento del ruolo di questi quadri sperimentati nel partito e un ingresso vasto e tumultuoso di piccola e media borghesia nelle strutture di partito, nelle sezioni, che non è di per sé un fatto negativo, ma che diventa devastante in quanto si accompagna alla de-proletarizzazione nella composizione degli organismi e alla de-ideologizzazione del clima culturale interno al partito. Sono proprio queste classi medie progressiste, orientate a sinistra, assieme ai loro intellettuali di riferimento, che portano nel partito le ideologie più eclettiche e stravaganti senza trovare un adeguato contrappeso, una massa critica sufficiente di anticorpi.

Tutto ciò si combina con la graduale scomparsa delle cellule sui luoghi di lavoro, il primato delle sezioni territoriali e della dimensione elettorale, propagandistica, istituzionale della politica; l'assenza di una formazione politico-ideologica dei quadri e delle nuove generazioni”.

NOTE
(1) Cfr. “Alle origini della Bolognina e della mutazione genetica del PCI”

Presentazione del libro "Hillary Clinton. La regina del caos"

La Vice Presidente nazionale dell'ANPI risponde alle speculazioni di questi giorni

di Carla Nespolo

L'articolo di Gian Antonio Stella sulla prima pagina del Corriere della Sera di martedì 17 u.s., è quanto di più imbarazzante un giornalista serio possa scrivere.

Partiamo dall'inizio.

I bellissimi quattro giorni del XVI Congresso Nazionale dell'Anpi, sono stati importanti, seri ed anche emozionanti. È stata la conclusione di un lungo cammino che ha impegnato decine di migliaia di donne e uomini che hanno partecipato a 102 congressi provinciali e a piu' di mille congressi di sezione e la cui stragrande maggioranza ha approvato la linea complessiva dell'Anpi, che è di contrarieta' alle recenti riforme costituzionali volute dal Governo.

In quei giorni ne' giornalisti, né televisioni hanno affollato la grande sala del pala congressi di Rimini. Non c'era lo scoop, perché disturbarsi a conoscere e a capire? Salvo poi dire che quella dell'Anpi è una posizione, come scrive Stella, dell'ultima ora.

Non è così. Da due anni, cioè non appena è uscito il testo delle proposte referendarie, l'Anpi ha espresso la propria contrarietà. Lo ha fatto con un grande convegno all'Eliseo di Roma, con dichiarazioni delPresidente Nazionale Carlo Smuraglia, con tanti incontri in molte città italiane, tra cui Alessandria, dove, per due anni consecutivi, abbiamo dedicato un dibattito della festa provinciale, al tema delle riforme costituzionali. E non se n'era accorto nessuno! Nemmeno quando, ad Alessandria, l'Anpi rifiutato la Ministra Boschi come oratrice ufficiale del 25 aprile!

Poi, di colpo, alcuni giornalisti scoprono il dissenso nell'Anpi. E ora è partita la raccolta delle firme: " l' anpi è anche nostra " Che succederebbe se tutti facessimo così? Se anche chi, come me, sostiene la necessità di votare NO, desse vita ad analoghi comitati? Succederebbe che l'Anpi si sfascerebbe in poco tempo.

Allora calma. Calma per tutti e rispetto delle regole. Non per obbligo, ma per vera applicazione degli insegnamenti partigiani. Uniti nella sostanza, non nella forma. Uniti perchè si discuteva ma poi si decideva e la decisione valeva per tutti. Come ha fatto il sedicesimo congresso Anpi, appena concluso.

Ma, ci si dice, voi vi occupate di politica!

Una cosa bizzarra, financo un'assurdità, per chi vorrebbe l'Associazione Nazionale dei Partigiani d'Italia dedita solo alla conservazione dei " simboli " della memoria. Le lapidi, le cerimonie ecc.

Siamo chiari: l'Anpi tiene molto a tali "simboli" ed è sempre presente quando si tratta di essi. Non solo per il rispetto che si deve ad essi, per il ricordo che dobbiamo di chi è caduto per darci libertà e democrazia, ma anche perché quei simboli ci parlano dell'oggi.

Il più formidabile risultato della Resistenza è stata, infatti, la Costituzione Italiana, fatta di poteri e contropoteri, di doveri e diritti, di protagonismo del popolo. Oggi la Carta Costituzionale nata dalla Resistenza viene messa sotto accusa da un Governo che ne vuole cambiare, in un solo colpo, 47 articoli! E c'è chi vorrebbe che l' Anpi tacesse.

Come si può pensarlo ? Gli Stati Uniti d'America hanno una Carta dei Diritti che data dal 1789 e se la tengono stretta ! E noi italiani dovremmo accettare che venga stravolta la Costituzione Italiana nata dalla Resistenza, senza reagire ?

Ma forse c'era chi pensava che l'Anpi si fermasse alle parole. Poi è stato indetto il Referendum previsto dalla Costituzione, l'Anpi si è schierata per il NO e, da quel momento, ci sono piovuti addosso le critiche più feroci e gli attacchi più assurdi.

Vediamone alcuni: siete vecchi e conservatori. Si. Conservatori del diritto del popolo di votare, della radicale divisione dei poteri, di un'idea della politica dove non conti solo la parola del capo. Non abbiamo mai detto che aggiustamenti e adeguamenti non fossero possibili. Ma qui si tratta d'altro. Si tratta di un cambiamento che tocca in radice i cardini democratici su cui poggia il Paese. A cominciare dal primo: non dovrebbe essere il Governo che si occupa di Riforma Costituzionale, ma il Parlamento. Come seppero fare i Costituenti che erano dei giganti, diciamolo pure, di fronte ai politici di oggi. Essi seppero portare a termine la stesura della Costituzione, anche quando i comunisti, come pretesero gli americani, furono cacciati dal Governo. Perchè una cosa è il contingente, altra le regole su cui poggia la struttura democratica del Paese. Perciò andiamo avanti con decisione.

Si, l'autonomia dell'informazione è un problema gigantesco anche per la democrazia del nostro Paese. Si, abbiamo un Presidente del Consiglio che chiede un voto non sul merito della riforma, ma sulla propria persona. Si, abbiamo un Ministro della Repubblica che ci accomuna a Casa Pound e che si permette di dire anche che i "veri partigiani" votano per il si. Non possiamo dire che sia un momento facile. Ma siamo l'Anpi. I partigiani, gli antifascisti ci sostengono ad andare avanti. Contro il pericolo neo-nazista che si riaccende in Italia ed in Europa, contro la guerra, per una società più giusta e libera c'è ancora bisogno della saggezza dei partigiani, della loro pazienza e della loro fermezza. E dell'Anpi che ne è l'erede.

Carla Nespolo
Vice Presidente Nazionale ANPI

Pechino e le Ong: colpita la libertà di sovversione?

di Diego Angelo Bertozzi

Nel suo discorso del maggio del 2014 all'accademia militare di West Point, il presidente Obama presentando le innovazioni riguardanti la dottrina militare Usa, aveva sottolineato in quale campo la “potenza di fuoco” di Washington sarebbe rimasta inarrivabile per gli avversari strategici: “I nostri valori ispirano i leader nei parlamenti e dei movimenti scesi nelle piazze di tutto il mondo. […] La nostra capacità di plasmare l'opinione pubblica mondiale ha contribuito a isolare la Russia. Grazie alla leadership americana il mondo ha immediatamente condannato le azioni russe, l'Europa e il G7 si sono uniti a noi nell'imporre sanzioni, la Nato ha rafforzato il nostro impegno per gli alleati dell'Europa orientale […]”. Insomma, veniva annunciato chiaramente come la superpotenza potesse mobilitare, ancor prima dei propri bombardieri, un vero e proprio esercito di riserva costituito da partiti amici, fondazioni, giornali e organizzazioni non governative (la “società civile”) al fine di indebolire un governo ritenuto ostile.  Scatenare, cioè, quel “bombardamento dell'indignazione” - l'espressione è dello studioso Domenico Losurdo – che alimenta il consenso pubblico internazionale – il fronte interno – in vista di un intervento militare.

In quello che abbiamo definito “esercito di riserva”, un ruolo di primo ricoprono certo le tante organizzazioni non governative – ma spesso finanziate e sostenute indirettamente da governi – che si occupano della tutela dei diritti umani e che oggettivamente in questi anni hanno contribuito alla copertura ideologica delle tante esportazioni di democrazia manu militari condotte dagli Usa e dalla Nato.

Non può quindi sorprendere che Paesi come la Cina e la Russia siano ricorsi ad una regolamentazione delle tante Ong che operano sul loro territorio. Noi ci soffermiamo sul primo Paese perché recentemente ha approvato – dopo un lungo esame e recependo in parte anche le preoccupazioni provenienti dall'estero ma non evitando le consuete critiche occidentali – una nuova legge chiamata a controllare l'attività delle oltre 7.000 organizzazioni non governative ospitate, con il chiaro intento di limitare un pericoloso sconfinamento in ambito politico.

Non c'è dubbio che il governo di Pechino abbia di fronte a sé  pericolosi esempi di sostegno straniero alla sovversione interna – dall'aggressione alla Jugoslavia del 1999 a quella alla Libia del 2011 – che hanno mostrato come il mantenimento dell'egemonia sulla propria “società civile” sia strategicamente indispensabile.  Ma non solo: dimostrati e dimostrabili sono i collegamenti stranieri attraverso ong– che certo non spiegano tutto ma servono a comprendere la portata della minaccia – tra i leader del movimento degli ombrelli di Hong Kong (“Occupy Central”) e quelli dell'indipendentismo Uiguro (Uighur World Congress).

C'è poi da far fronte a quello che possiamo definire il “braccio ideologico” del Pivot to Asia dell'amministrazione Obama, vale a dire l'invito che giunge da più parti a riprendere con coraggio la missione democratica statunitense: per impedire che la Cina popolare diventi una minaccia sempre più seria al dominio (o alla pretesa di dominio) di Washington si deve agire per una sua democratizzazione, vale a dire per farla finita con la guida politica esercitata dal Partito comunista cinese.

Portiamo due esempi tra i tanti: nel maggio del 2015 il Weekly Standard di fronte alla sfida portata a livello internazionale da Pechino - “la posta in gioco non è solo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ma il futuro del sistema internazionale che la nostra nazione ha contribuito a creare ed ha condotto per sette decenni” -  invita a considerare come “il grande obiettivo della strategia degli Stati Uniti dovrebbe essere la spinta continua per una Cina libera e democratica” e l'impegno costante per una “evoluzione pacifica” che porti alla fine del regime comunista. Per fare questo bisogna puntare, ad esempio, sulla “diffusione del cristianesimo” e sulla “nascente classe imprenditoriale” e, soprattutto sui numerosi “democratici latenti” che vivono e lavorano nel Paese: “gli alti funzionari americani dovrebbero tenere riunioni regolari con i riformatori cinesi e i dissidenti, considerare i diritti umani come una priorità top-line nel dialogo strategico ed economico annuale, e aumentare i finanziamenti per i programmi in Cina del Fondo per i diritti umani e la democrazia”. Qualche mese prima, Scott Moore del Council on Foreign Relations aveva invitato il governo degli Stati Uniti ad approfittare della mobilitazione e delle proteste in atto ad Hong Kong – oltre che a dare sostegno ai manifestanti – per spingere Pechino ad una riforma politica. Più in generale, secondo lo studioso, “le proteste di Hong Kong devono consolidare la volontà statunitense di promuovere i movimenti democratici in tutto il mondo”.

In questo quadro si inserisce la legge, approvata a fine aprile dal Comitato permanente del Congresso Nazionale del Popolo (il parlamento cinese), che regolarizza e non vieta la presenza e l'azione dello organizzazioni non governative in Cina. Sono posti limiti che hanno molto a che vedere con la sicurezza interna e la stabilità politico-sociale: si richiede alle Ong straniere di registrarsi presso la polizia cinese e il Ministero della Pubblica Sicurezza, prima di iniziare le proprie operazioni; ad esse è fatto divieto "di gestire o sponsorizzare attività commerciali e politiche o di impegnarsi illegalmente o sponsorizzare attività religiose"; di porre in essere azioni che "minano l'unità del Paese, la sicurezza, o la solidarietà etnica". Inoltre sono previsti severi controlli che saranno eseguiti anche sulle loro fonti di finanziamento: i bilanci devono essere pubblici e approvati dalle autorità. La questione posta è semplice: ad essere colpita è la libertà in generale, oppure la libertà dell'Occidente di utilizzare a scopo di sovversione – una forma soft di guerra – organizzazioni private?

Banchetti referendari: dove si può firmare in Zona 2 a Milano

Martedì 24 maggio, dalle 17.30 alle 19.30, Viale Monza uscita fermata MM1 Turro

Mercoledì 25 maggio, dalle 17.30 alle 19.30, Viale Monza uscita fermata MM1 Precotto

Giovedì 26 maggio dalle, 17.30 alle 19.30, Viale Palmanova (controviale) uscita fermata MM2 Cimiano

Domenica 29 maggio, dalle 16 alle 19.30, lungo la pista ciclabile del canale Martesana, all'altezza del ponte di viale delle Rimembranze di Greco.

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La Siria di ieri e la Siria di oggi: ne discutiamo con Enrico Vigna e Samaan Daoud


La sinistra nel gorgo occidentale


di Spartaco A. Puttini

Note dalla crisi

Sono in molti coloro che hanno pronosticato un 2016 molto critico per l’economia italiana. La crisi di alcune banche, con il suo strascico doloroso e le prospettive fosche che ne derivano, è un ulteriore passo dell’eurocrisi in cui il nostro paese è ormai avviluppato. Il processo di integrazione europeo (e il processo di integrazione monetaria che ne rappresenta la punta apicale) sono funzionali al tentativo di ridisegnare i nuovi rapporti di forza tra le classi in questa parte del mondo dopo la fine della guerra fredda, cioè dopo la sconfitta del movimento operaio (e non solo dei paesi dell’Est, come qualcuno aveva innocentemente creduto). Il fine è consentire che il vertice della piramide sociale dreni ricchezza dalla base riprendendosi progressivamente quanto concesso nei tre decenni precedenti. Il prefisso “post”, con il quale siamo soliti designare tanti fenomeni che caratterizzano la nostra realtà, a volte, visto da vicino, sembra quasi una foglia di fico sulla macchina del tempo grazie alla quale la reazione ci ha messo in viaggio per quello che, con qualche forzatura, può essere definito un ritorno all'Ottocento.

La ristrutturazione dello spazio socio-economico a uso e profitto delle élites del grande capitale deve necessariamente far pendant con la ridefinizione di uno spazio politico che possa garantirne gli interessi. Il processo complesso e con più cause che ha travolto il vecchio sistema della rappresentanza politica basato sui partiti di massa ha preparato il terreno al “nuovo” Ottocento. La trasformazione dei partiti di massa in partiti-cartello privi di ideologia e caratterizzati dalla vocazione a fare da assi pigliatutto elettorali ha reso più impermeabile il sistema politico alle richieste che potevano venire dalle classi popolari stritolate dalla crisi. Ma ha reso i partiti e le istituzioni, nelle quali ciò che resta dei partiti si è arroccato, molto permeabili alla cattura oligarchica. I cittadini si trovano a così a scegliere chi condurrà l’orchestra ma non quale musica ascoltare, perché questa finisce con l’essere già data ed immutabile. Come la storia ha insegnato, qualche consumato trucco nell'ambito della legge elettorale (vedi alla voce maggioritario) dovrebbe consentire di sbarrare porte e finestre per tenere al sicuro l’argenteria.

In Italia l’ultimo ostacolo al consolidamento di un nuovo equilibrio liberale può essere ravvisato nella Carta Costituzionale, dove sono (erano?) segnate nero su bianco le conquiste più avanzate raggiunte dalla classi popolari sull'onda della vittoriosa Guerra di Liberazione contro il nazifascismo e al tempo stesso era indicata la strada “progressiva” di una “rivoluzione promessa”[1], i cui sviluppi venivano lasciati al gioco democratico delle forze in campo. Purtroppo occorre dirsi con realismo che l’assalto alla Costituzione mira solo a porre fine ad un equivoco che dura da tempo, visto che la Costituzione è già disattesa e manomessa. Se l’evasione degli articoli 1 e 11 grida vendetta ad ogni passo, bisogna anche ammettere che un patto costituzionale vive se resta in piedi un sistema politico articolato per garantirne i principi. Il sistema dei partiti che ne era la traduzione in termini di “sistema politico” non è che un lontano ricordo, sul quale chi si affaccia oggi al limite di età che consente l’accesso al voto svolge sempre più frequentemente le proprie tesi universitarie (quando può permettersi di continuare gli studi). L’inserimento del Fiscal compact in Costituzione ha rappresentato la ciliegina sulla torta di un processo di svuotamento e abdicazione dalla sovranità i cui contorni erano già stati definiti dalle pretese del processo di integrazione europeo che ha posto le sue normative neoliberali al di sopra delle costituzioni nazionali degli stati membri[2], mentre la possibilità di disporre delle proprie risorse in ambito economico era già stata confiscata dall'unione monetaria, con le conseguenze che dovrebbero orami essere visibile a tutti. Per queste ragioni la cruciale battaglia in difesa della Costituzione, per essere davvero efficace e parlare a tutti (e non solamente a coloro che coltivano una residua sensibilità verso determinate tematiche o storie), dovrebbe riuscire a tenere insieme la valorizzazione delle linee ispiratrici fondamentali della Carta e la lotta, da svolgersi sulla base di un sano patriottismo, per la rottura dei tre vincoli che contribuiscono grandemente a svuotarla: Ue, Euro e Nato. Sarebbe questo un lavoro più che meritorio, perché favorirebbe finalmente il dialogo e il confronto anche tra “gruppi” di cittadini politicamente sensibili a questa o all'altra questione, che però faticano ancora a trovare un terreno d’incontro per fare fronte comune.

Già Lipset nel 1960 e successivamente Huntington alla fine degli anni Settanta, epoca alla quale possiamo far risalire molti dei cambiamenti con i quali adesso siamo alle prese, avevano affermato la necessità che la mitica “democrazia liberale” (per essere più liberale che democratica) riuscisse a rifuggire da un “eccesso di domande” provenienti dal basso, cioè che fosse meno partecipata e che, a questo fine, un aumento dell’istruzione e delle mobilitazioni dei cittadini rappresentassero un pericolo da frenare con un tasso adeguato e per loro benefico di apatia. In gran parte la ristrutturazione dello spazio politico nei paesi occidentali si è evoluto in linea con questi desideri.

Questi processi, interagenti tra loro, non devono essere letti secondo chiavi di letture deterministiche o come il frutto di complotti di piccole cerchie elitarie. Sono più semplicemente politica. Frutto e ricaduta di processi di interazione in una fase storica di transizione e turbolenza derivante dalla crisi di un ciclo di accumulazione sul piano dell’economia-mondo e dallo scontro in atto a livello internazionale per ridisegnare nuovi equilibri.

Le sfide che avvengono a livello mondiale, a livello strategico, attivano e attiveranno processi con ricadute vaste e difficilmente prevedibili. Avranno una loro conseguenza anche nella definizione degli schieramenti politici all'interno dei singoli paesi, anche se non con il grado di corrispondenza che era proprio dell’epoca della guerra fredda.

Sarà prevedibilmente sempre più difficile che forze che guardano alla politica estera in modo antitetico possano governare insieme sulla base di un comune orientamento macroeconomico. Come potrà, per fare un esempio, chi è contro il neoliberismo restare legato al carro della scelta occidentale nel momento in cui questa promuove in automatico l’americanizzazione delle società che sussume? Come potrà chi scorge nel progetto di un nuovo secolo americano il vero pericolo per la pace, la sovranità e la democrazia, accedere al governo con forze che sono improntate ad un approccio liberale e occidentalocentrico?

La conseguenza è che lo spazio di manovra per piccoli tatticismi, in virtù di queste dinamiche e dell’avanzare della crisi economica e sociale, dovrebbe ridursi, punendo sempre più severamente le forze che si mostreranno indulgenti in queste pratiche, come per tanto tempo hanno fatto le componenti della sinistra radicale, a rimorchio di coalizioni che si definivano di centrosinistra solo per il gusto di far rivoltare nella tomba Giovanni Gronchi e Amintore Fanfani.

Il quadro del processo reazionario non sarebbe completo se non si tenesse conto che la “guerra di classe condotta solo dall'alto” va di pari passo con un altro processo: la ri-gerarchizzazione del sistema internazionale tra un centro e una periferia. Come sottolineò Marx, prima ancora di Lenin, “coloro che non riescono a capire in che modo un paese può arricchirsi a spese degli altri, tanto meno sono in grado di capire in che modo all'interno di un singolo paese una classe può arricchirsi a spese di un’altra”. Oggi, al tentativo di egemonia statunitense, punta di lancia dell’imperialismo nella presente epoca storica, si contrappone l’emergere di un mondo multipolare e lo scontro tra queste due tendenze alimenta e spiega le tensioni internazionali sulle principali scacchiere. In subordine a questo processo se ne sviluppa un altro, in virtù del quale i centri di accumulazione imperialisti cercano di disegnare delle periferie su misura, da modellare a proprio piacimento soggiogando i paesi più deboli. Ciò che accade nel processo di integrazione europeo è, in buona sostanza, che il centro tedesco aggrega attorno ai suoi desiderata le periferie e semiperiferie (grazie all'unione valutaria) e le modella sulla base delle sue necessità, innescando processi di mezzogiornificazione crescente. L’Italia ne è l’esempio paradigmatico e rischia in prospettiva di uscire dal novero dei paesi sviluppati con conseguenze sociali e politiche inimmaginabili.

Le regole che Bruxelles si è data in ambito bancario sono l’ennesima dimostrazione della natura dell’Unione europea e della direzione assunta dal processo di integrazione. La crisi bancaria che potrebbe prospettarsi rappresenterebbe un ulteriore, durissimo, colpo approfondendo la crisi italiana e mettendo in forse il futuro dell’Italia come paese moderno e sviluppato. Chi può avanzare al contempo la necessità della rottura con l'eurozona, il tema del riallineamento internazionale del paese, quello della nazionalizzazione del sistema bancario e una proposta coerente e praticabile di nuova politica economica e sociale?

L’anello debole

L’eredità di trent'anni di arretramenti e rotte rappresenta una criticità notevole per la costruzione di un’alternativa politica reale e credibile. Esercita un’influenza negativa dal punto di vista della cultura politica, prima ancora che dal punto di vista organizzativo. Spesso quando si guarda a sinistra ci si lascia scioccare dalla frammentazione pulviscolare che la caratterizza. Questo sguardo però sottace le cause profonde della crisi: quelle inerenti la cultura politica, appunto. Anche nella sua salsa radicale la sinistra continua infatti a subire l’iniziativa ideologica dell’avversario nelle chiavi interpretative della realtà in mutamento che ha attorno e non riesce ad elaborare nulla di efficace e credibile. Continua a subire un processo di “rivoluzione passiva” e di cambiamento di segno di alcune delle sue parole d’ordine e non se ne avvede. Non è questo lo spazio per analizzare estesamente il fenomeno ma il risultato è la sussunzione in politica estera della mentalità occidentalista; in politica economica la sussunzione dei dogmi liberoscambisti e euromonetaristi, nonché la sussunzione dell’allergia per il ruolo dello Stato e del settore pubblico, il cui corollario è incarnato dalla sbornia da beni comuni.

Questa crisi non può essere derubricata alla forza d’urto e alla potenza di fuoco mediatica di coloro che hanno battuto la lingua sul tamburo della “fine della storia” o “delle ideologie”. Ci sono settori della sinistra, anche non moderata, che hanno svolto la loro parte, consciamente o meno. Che in tutti questi anni non hanno fatto altro che stigmatizzare o sottacere il peso, il ruolo e i processi storici che si svolgevano in gran parte del mondo in contraddizione con l’imperialismo. Lo dimostrano l’introiezione (imbarazzante) di certa russofobia; i peana sulla presunta omologazione della Cina ai dogmi neoliberali; lo schierarsi con i ribelli jihadisti durante la sporca guerra alla Libia nel 2011; il sostenere la tesi delle primavere arabe in relazione alla guerra per procura ingaggiata contro la Siria (anche a posteriori e nonostante certe narrazioni siano state smentite dai fatti sul campo); il presentare Putin come padrino della destra europea mentre i neonazisti sostenuti dall'Occidente prendevano il potere a Kiev e, infine, il continuare a delimitare il campo dell’alternativa oggi praticabile in questa parte di mondo all'alter-europeismo.

Nel caos sistemico nel quale siamo immersi, contrariamente a quanto credono alcuni, destra e sinistra sono parole che hanno ancora un senso. Vanno però messe in relazione a visioni e proposte politiche inserite in un contesto storico concreto e quindi vanno necessariamente ridefinite per essere ben comprese. Su qualsiasi questione cardinale e di rilevanza dell’agenda politica ormai (dall’imperialismo al terrorismo, dall’islamismo all’europeismo, etc…)  non è raro notare che vecchie appartenenze, spesso riproclamate solennemente a parole, non corrispondono ai fatti.

Ma ci sono al contempo, oltre le criticità, anche ampie opportunità per la definizione e l’accumulazione di forze per costruire una reale alternativa. Perché la crisi ha colpito l’intera fascia medio-bassa della società: proletariato tradizionale, proletariato precario, buona parte del lavoro indipendente (che è ormai in larga parte poco più di un proletariato mascherato) e altre figure sociali che al proletariato sono ormai assimilabili. Si tratterebbe di riuscire a capire dove sono i “nostri”[3] e come porsi il problema di ricomporre un blocco sociale. Il guaio è che, in un mondo frammentato a partire dai luoghi di lavoro e pervaso dall'individualismo, ciascuno si pensa come una monade o, al più, riconosca sulla stessa barca solo i propri diretti simili e che tali sbarramenti impediscano che il lamento un po’ piagnucoloso e livoroso dell’”io” diventi la voce del “noi”, di un’identità collettiva che chiede spazio e giustizia sulla base di un progetto condiviso, con tutte le conseguenza del caso.

Allora si tratta di riuscire ad impossessarsi di una lettura della società da affiancare a quella della realtà internazionale per offrire una proposta strategica e un’identità che riporti ad unità la frammentazione. Cosa per la quale serve rigore e chiarezza. Elementi che possono derivare solo da un intellettuale collettivo omogeneo dal punto di vista della cultura politica e ben orientato. In epoca di crisi non bisogna temere di formulare ipotesi radicali o di assumere toni radicali, perché nella crisi anche i ceti medi in via di proletarizzazione sono inclini a prendere in considerazione le proposte radicali, come stanno ampiamente dimostrando anche le primarie americane, peraltro su entrambi i versanti e specie in ambito giovanile[4].

Le condizioni delle giovani generazioni oggi rappresentano in effetti una vera e propria gigantesca questione. Spesso si tratta di uomini e donne qualificati che però non trovano una posizione nella società adeguata alla loro professione e spesso nemmeno un’occupazione. Condizioni che innescano una “bomba a orologeria” per ora inesplosa che potrà deflagrare a destra come a sinistra dello spettro politico con conseguenze ovviamente diverse. E’ certo che questa “bomba” avrà un effetto determinante sugli scenari politici italiani del prossimo futuro ma quale effetto avrà resta un incognita aperta che solo l’attività politica delle forze in campo potrà chiarire. E’ questo però un punto dirimente, se si vuole guardare al futuro senza preoccuparsi troppo, se possibile, della raccolta dei naufraghi di precedenti e non proprio esaltanti esperienze.

La nostra penisola è nel ciclo storico in corso l’anello debole della catena occidentale. Perché in un’Italia destinata ad occupare le fasce basse nella divisione internazionale del lavoro non può che esistere una situazione di miseria crescente e disperante. L’Italia è oggi un osservatorio privilegiato per accorgersi che la questione sociale e la questione nazionale stanno insieme.

Questione sociale e questione nazionale

In questo contesto l’uscita dalla triade che tiene inchiodata l’Italia e la spinge ad affogare (Euro, Ue e Nato) è necessaria. Ovviamente nessuna delle tre rotture (nemmeno se attuate simultaneamente) sarebbero sufficienti a risolvere i principali problemi del paese. Ma potrebbero aprire potenzialmente una prospettiva.

Non torno su quanto scritto in altre sedi[5]. Mi pare assodato che a sinistra la questione dell’euro e dell’integrazione europea, almeno nei settori più coscienti e meno subalterni, cominci ad essere vista e percepita nella sua vera luce. Tuttavia permangono delle ritrosie che sono di impaccio alla costruzione di una reale alternativa patriottica e di classe. L’unica necessaria. Come da manuale in un’unione monetaria il paese che si trova in deficit ha solo due scelte: o attuare una drastica politica di deflazione salariale, o accettare l’emigrazione massiccia della propria popolazione nel paese in surplus. Punto. Quindi chi accetta la moneta unica e si rifiuta di metterla in discussione può scrivere bellissime poesie ma, di fatto, DEVE tenersi anche la deflazione, la precarizzazione e l’impoverimento della propria popolazione. Battersi contro l’austerità ma non contro l’euro non significa assolutamente niente. Perché nella cornice di questa unione valutaria non ci sono margini negoziabili per politiche redistributive o anche solo riformistiche, che del resto hanno fatto il loro tempo. Coloro che sostengono ancora i metodi correttivi all'interno del campo di gioco dato non si rendono conto che il processo di finanziarizzazione dell’economia non è dovuto semplicemente al complotto di qualche avido e cattivo speculatore di borsa a spese del capitale produttivo ma che rappresenta un normale processo del capitalismo in una fase concreta del suo ciclo sistemico di accumulazione. La finanziarizzazione che si è imposta dal Nixon shock in poi rappresenta semplicemente una fase del ciclo di accumulazione intervenuta quando il capitale non poteva trovare altre forme di remunerazione. Un fenomeno che nella storia del capitalismo si è manifestato più volte[6]. Lo stesso margine per le politiche riformiste di piccolo cabotaggio è dunque venuto meno perché l’equilibrio dell’epoca fordista è oggi per il grande capitale “sovrabbondante” e inutile, se non insostenibile, mentre i rapporti di forze giocano a sfavore di un ipotetico compromesso tra capitale-lavoro, così come era venuto a determinarsi durante i “trenta gloriosi”.  Il che suggerisce che la speranza di resuscitare centrosinistra futuri è destinata a restare delusa o a non incontrare i favori del pubblico, di cui non potrebbe soddisfare le necessità. Una questione che va dunque molto al di là della leadership di Matteo Renzi. Uomo politico che, in fondo, è giunto solo alla fine di un processo a raccogliere i frutti seminati da altri, al momento giusto. Cosa deve fare ancora il politico fiorentino per dimostrare che in fondo è figlio legittimo di Massimo D’Alema e Gianni Cuperlo? E’ l’intera galassia social-liberista ad essere in crisi, in tutti i quadranti della politica internazionale[7]. Questo dovrebbe suggerire qualcosa.

Le forze per un’alternativa andrebbero raccolte nella proposta, già avanzata nel dibattito economico giustamente da Emiliano Brancaccio e, con maggior decisione, da Sergio Cesaratto, di ripristino della sovranità e arresto della libera circolazione dei capitali. Una tesi che viene ormai affacciata nel dibattito pubblico negli stessi Stati Uniti, dove viene fatta propria dall'interessante fenomeno politico rappresentato da Bernie Sanders (fenomeno ben diverso dalla farlocca Obama-mania che aveva impazzato qualche anno fa). Restare nell'eurozona significa condannare il nostro paese e il nostro popolo a subire un impoverimento di dimensioni colossali per un periodo misurabile solo in tempi storici. Lo si può tranquillamente prevedere senza bisogno di nessuna sfera di cristallo, per una semplice ragione: perché era già previsto! In mancanza dell’intervento dell’operatore pubblico, inviso alle teorie neoliberiste, l’aggiustamento tra i vari paesi dell’area valutaria veniva a dipendere dall'azione delle spontanee forze del mercato, con la conseguenza che si sarebbero rafforzati in modo cumulativo determinate tendenze a scapito dei paesi più deboli, sino al punto in cui questi avrebbero dovuto uscire dall'unione oppure accettare un declino senza prospettive. L’Unione europea e l’euro hanno contribuito al trasferimento di ricchezza dalle classi popolari e lavoratrici alle oligarchie alto borghesi e dagli Stati periferici e semiperiferici dell’unione al centro tedesco secondo un copione classico dell’imperialismo.

I ragionamenti di chi teme che su queste tematiche vi sia già un’egemonia di destra in realtà sono destinate ad evocare il fantasma che vorrebbero esorcizzare. Sappiamo bene come senza sovranità sia impossibile compiere qualsiasi passo in direzione dell’adozione di politiche popolari e progressiste. Ovviamente la sovranità pur essendo elemento indispensabile, non è elemento sufficiente per garantire lo sviluppo della democrazia e l’adozione di politiche “di sinistra”. Però, il fatto che di per sé non sia sufficiente non ha mai spinto le forze di emancipazione a rinunciare a questa determinante, giusta, fondamentale ed irrinunciabile battaglia. La battaglie indispensabili si combattono. Una sinistra patriottica e di classe può ritrovare un proprio ruolo e una propria legittimazione solo se si butta a capofitto nella battaglia necessaria a salvare il paese, cioè le masse popolari dalla crisi, dando a questa battaglia il giusto segno politico. Cioè accettando di lottare sul campo di battaglia disegnato dai processi storici concreti per l’egemonia. Non era stato questo, in fondo, il senso della scommessa (perché di scommessa si trattò) della svolta di Salerno e dell’impegno in prima fila nella guerra di Liberazione? Passaggio storico troppo spesso incompreso e piegato in modo deprecabile al suo aspetto di “compromesso” e a tal fine utilizzato in seguito più volte per giustificare l’ingiustificabile sulla base di un presunto “tardo togliattismo”, che di Togliatti aveva poco, ma che di tardo aveva molto.

In Italia vi è l’obiettivo vantaggio che non c’è a contendere il terreno un Front national in mutazione verso uno statalismo e un repubblicanesimo che gli erano fino a poco tempo fa completamente estranei ed allergici e che oggi favoriscono la sua dédiabolisation. Né il M5S, né tantomeno la Lega sono credibili in questo ruolo, perché neanche minimamente conseguenti con le conclusioni che pur deriverebbero dalle battaglie che dicono di voler fare (quando lo dicono). Grillo sull'euro balbetta di referendum incomprensibili mentre la Lega resta ancorata alla sua visione liberista dello Stato minimo. Certamente vanno tenuti nella giusta considerazione le evoluzioni che possono verificarsi all'interno del M5S, movimento che oscilla ancora tra il polo negativo rappresentato da una sorta di qualunquismo digitale e il polo sicuramente più positivo rappresentato da un certo populismo democratico. La visione del populismo come fenomeno intrinsecamente reazionario, xenofobo e di estrema destra è in realtà una forzatura, è la favola del babau che si racconta ai bambini per farli dormire. Ora dovremmo svegliarci e comprendere che di fronte alla acquisizione di fette di mercato politico da parte della reazione liberale favorevole alle oligarchie, in mancanza di una alternativa sistemica, è inevitabile che il favore di parte rilevante delle classi popolari vada a fenomeni populisti; fenomeni molto vari tra loro, con loro funzioni potenzialmente negative e/o potenzialmente positive. (Va ad esempio riconosciuto il merito al M5S di aver portato nel parlamento italiano un dibattito sulla Nato che mancava da troppo tempo). Lo spazio per una reale alternativa dunque ci sarebbe, come dimostrano anche i grandi numeri di coloro che un tempo votavano a sinistra e oggi si rifugiano nell'astensione, per non parlare dei più giovani. Difficilmente questo spazio può però essere coperto da un’indistinta sinistra unita, una sorta di grande Sel che manca degli elementi basilari di cultura politica, di analisi, di progetto e di prospettiva, per essere credibile e funzionale alla bisogna.

Unità o confusione?

L’unità non è un bene a prescindere. Se fosse così il Pci non sarebbe mai nato! Dipende dal terreno e dalla prospettiva su cui questa unità avviene. Percorrere assieme la strada sbagliata, che porta in fondo al burrone, non è utile. Se non a fare le fortune di qualche forza demagogica e qualunquista cui viene lasciato inopportunamente spazio. E’ un dato su cui dovrebbero riflettere compiutamente sia coloro che si accingono ad aderire alla nuova “cosa rosa” sia coloro che vorrebbero farlo (ma alle condizioni loro) sia quanti, sulla base di una tradizione dura a morire, si chiederanno come fare a restare fuori dall'ammucchiata cui tutti gli altri cugini, vicini o lontani, partecipano. L’unità non si fa con la somma di sigle e ceto politico, ma accumulando forze con un’azione politica basata su una lucida visione dei problemi, tenendo conto dei tempi lunghi e fuggendo l’elettoralismo, elaborando una strategia, non vivendo di tattica. La mancanza di convergenze su singole iniziative tra le forze di sinistra e dal basso dovrebbe essere di monito.

In questo contesto ritorna in voga la celebre e riuscita battuta di De Mita a proposito del movimento socialista: “quando sono divisi si vogliono unire e quando sono uniti si vogliono dividere” e tutto il dibattito a sinistra sembra risolversi in questa questione, senza sostanziarsi mai né di uno straccio di analisi, né di una bozza di risposta strategica alle sfide che abbiamo di fronte.

La cosa rosa che sta nascendo a sinistra con Sel, un pezzo del Pd e un pezzo del Prc risente di queste debolezza di fondo. E’ priva di una coesa cultura politica e non si aggrega sulla base di analisi e proposte strategiche ma su concetti un po’ indeterminati. Se fino agli anni ’80 infatti, era chiara ed esauriente la definizione di “sinistra”, ora le cose sono più complicate. Perché su questa parola magica si proiettano ombre e immaginari diversi e confusi. Se i concetti di destra e sinistra restano in campo, contrariamente alle tesi in voga circa il loro dissolvimento, subiscono però ridefinizioni sulla base delle sfide e delle scelte che la realtà concreta pone si fronte. Ha ancora senso vedere con prossimità a soggetti che sono stati di sinistra in un tempo ormai lontano o che hanno attraversato organizzazioni di sinistra come se fossero lontani parenti? A definire sinistra e destra sono i contenuti proposti, non le etichette che lasciano il tempo che trovano. E la cosa rosa sembra una collazione di etichette. Anche quando cerca di dotarsi di un suo spirito (caratterizzandosi sul welfare o sul lavoro o sulla costituzione) resta nel vago. La migliore delle ipotesi è che si attrezzi a combattere una battaglia di retroguardia parlando a un mondo che si autolimita. Come l’impegno di Landini, che non si sa quanto è teso a rispondere alla crisi di rappresentanza della politica e quanto invece cerca la fuga in avanti rispetto alla crisi di rappresentanza del sindacato, pare rivolgersi a una piccola parte del vasto campo che invece sarebbe da chiamare a raccolta.

Infatti la cosa rosa non sembra premiante nemmeno nella cabina elettorale. Stando a un sondaggio Ipsos[8] la “cosa rosa” si attesterebbe sotto il 9%. Ma è un 9% molto ipotetico, perché solo il 2% è sicuramente favorevole all'esperimento, mentre il 7% manifesta la possibilità di appoggiare l’iniziativa. I sondaggi, si sa, vanno presi con le molle, ma dice parecchio il fatto che tale percentuale appaia dimezzata rispetto ai rilevamenti di gennaio e che attorno alla formazione crescano manifestazioni di freddezza. Non è difficile crederci. Come ha notato Pagnoncelli: “se l’insofferenza verso Renzi è molto chiara, non altrettanto sono i programmi politici conseguenti. Il dibattito appare molto chiuso nel ceto politico. E non conquista elettori”[9].

La logica della somma non porta lontano. La politica non si basa su regole matematiche ma su logiche geometriche: quale spazio si occupa?

Occorre tenere presente che oggi si affacciano alla politica generazioni che non hanno il più pallido ricordo del passato, ma che hanno brucianti esigenze nel presente e devono poter avere legittime aspirazioni per il futuro. Non valuteranno sulla base di bandierine che sono l’eco di battaglie ormai lontane ma sulla forza, coerenza ed appetibilità delle proposte e dell’impegno che verranno profusi. Per questo la coerenza è da preferirsi alle ammucchiate giustificabili solo con la visibilità della bandierina.

Se ci si pone il problema di essere un piccolo partito che può esistere solo all'interno di una sinistra radicale ci si pone all'imbocco del tunnel che conduce a divenire una componente culturale, un po’ folkloristica, di una sinistra alternativa generica e confusionaria, perciò stesso non credibile.

Ipotesi

Nella costruzione di un’alternativa credibile bisognerà essere in grado di intercettare quanti, pur venendo da storie diverse o non avendo alle spalle proprio nulla, sulla base delle loro esigenze e delle loro sensibilità potrebbero essere ricettivi nei confronti di proposte che, in fondo, sono autenticamente di sinistra, patriottiche e di classe. Proposte che, per affermarsi, non hanno alcuna necessità di chiudersi in definizioni autorestringenti. Il movimento operaio e il movimento comunista hanno sempre dovuto lottare contro “due demoni”: il settarismo e l’opportunismo. Entrambi sono funesti, anche se è indubbio che in questi ultimi decenni sia stato sicuramente l’opportunismo a fare i danni maggiori. Nel contesto in cui siamo dobbiamo però chiederci: chi è settario? Chi è maggiormente critico verso le formule di unità a sinistra che si stanno discutendo o chi, appunto, autolimita le proprie possibilità all'interno di recinti da cui ormai il bestiame è scappato?

Il boom di nuovi movimenti politici protestatari, con tutti i pesanti limiti di queste varie realtà, dovrebbe suggerire qualcosa alle forze della sinistra radicale residuale. Se la loro ascesa appare facile, e la loro parabola veloce, dimostrano comunque la possibilità di conquistare su determinate parole d’ordine un consenso trasversale, rimescolando le carte e mostrando le potenzialità che ci sono per riconquistare margini al campo progressista. La sfida è riportare alla partecipazione coloro che scelgono l’astensione perché persino il voto di protesta è ormai troppo poco.

Per riuscirci occorrerà rielaborare, alla luce della storia e delle sfide del presente, la propria cultura politica originaria senza accontentarsi della comoda e impraticabile idea che sia possibile in condizioni così diverse riproporre un Pci 2.0. D’altra parte anche Togliatti e Secchia avevano mostrato al loro tempo di saper organizzare i loro principi e declinare le loro strategia con una certa originalità, non limitandosi alla riproposizione di schemi già utilizzati in altri contesti, o no? Occorrerà ripartire da un’analisi e da una formulazione di come costruire un partito all'interno di un fronte che possa dare voce a un nuovo blocco sociale per contendere l’egemonia e la direzione della cosa pubblica. Vale a dire occorrerà impugnare la questione nazionale accanto alla questione sociale e proporre una nuova chiave di letture unificante. Che significa trovare e proporre un’idea avanzata della relazione tra “popolo” e “nazione” sulla base di una loro possibile equivalenza. Il tema è come far nuovamente convivere i concetti di “nazione”, “popolo” e “classe” in condizioni nuove, per promuovere una nuova democrazia.

Purtroppo il dibattito su questo sembra stentare, mentre le ritrosie continuano ad essere molte.

[1] Della Costituzione come di una “rivoluzione promessa” trattava Pietro Scoppola, La Repubblica dei partiti: profilo storico della democrazia in Italia, 1945-1990; Bologna, Il Mulino 1991
[2] V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile; Reggio Emilia, Imprimatur 2015
[3] In questo senso si veda il contributo del collettivo Clash City Workers, Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi; Lucca, La Casa Usher 2014
[4] Si vedano in proposito le acute osservazioni di Damiano Palano sulle recenti primarie Usa in merito all'eclissi del centro: http://www.damianopalano.com/2016/03/super-tuesday-leclissi-del-centro-la.html e in merito all'interessante fenomeno rappresentato da Bernie Sanders: : http://www.fondazionefeltrinelli.it/welfare-democrazia-e-inclusione-la-rivoluzione-politica-di-bernie-sanders/
[5] Rimando a: S. A. Puttini, L’impatto dell’euro sulle economie nazionali; in: http://www.marx21.it/internazionale/europa/23693-limpatto-delleuro-sulle-economie-nazionali.html#
[6] Si vedano in proposito le analisi di G. Arrighi, Il lungo XX secolo; Milano, Il Saggiatore 2014
[7] S. Halimi, Il tempo della rabbia: socialdemocrazia, la fine di un ciclo; in: “Le monde diplomatique”, marzo 2016
[8] http://www.corriere.it/politica/16_marzo_20/solo-elettore-pd-dieci-e49797f2-ee0f-11e5-9277-b3acd54d3652.shtml
[9] Ibidem